Da quando sono tornato da Panama ho avuto pochissimo lavoro e di conseguenza tanto tempo libero: è un'arma a doppio taglio perché lo si può usare a proprio vantaggio, investendolo per fare ricerca, leggere, studiare, guardare film, mostre, costruirsi attrezzatura, insomma per tenersi attivi nel corpo e nella mente ed arrivare al prossimo lavoro con nuove idee e spunti. Ma può anche accadere che il vortice della noia ti porti a facili autocommiserazioni, riflessioni disperate su un futuro lavorativo senza chances, e cose simili.
Beh, stando a cavallo fra le due situazioni (forse propendendo più per la seconda, quella pessimista), stavo facendo alcune considerazioni sui contenuti della fotografia, parlo di quella che ci entra in casa, nel computer, che vediamo senza andarla a cercare, e a volte anche quando non vogliamo. Guardando un pò a zonzo, mi pare di vedere tanti bei contenitori e pochi contenuti: tanta gente che vuole mostrare immagini che sono chicche visive da un punto di vista estetico, ma che in fin dei conti dicono poco o nulla, con idee tanto banali quanto sono rese accattivanti ed ammiccanti. Risultato: tanti applausi per la foto più cool, e silenzio glaciale sulle fotografie d'autore, quelle con la F maiuscola, magari più difficili da leggere, più "pesanti" ma che hanno uno spessore non alla portata di tutti.
Beh ma fin qui nulla di nuovo, giusto?
Ecco, allora analizziamo tutte queste belle immaginette che ricevono tanti veloci apprezzamenti: post produzione a cariole, viraggi improbabili, Instagram con lo scatto a raffica, presets di Lightroom. Per chi conosce i ferri del mestiere e li usa un giorno sì ed uno pure, è facile capire come queste immagini sono state fatte, e spesso si riconosce anche un uso della post produzione davvero somaro: cursori piazzati a 100 e via, con artefatti evidenti, grossolani errori e risultati pacchiani. Però "fanno figo" perchè l'effetto "strano" accalappia l'occhio meno esperto e meno sofisticato. Questo fenomeno c'è e continuerà ad esserci: non sappiamo nemmeno usare correttamente la nostra lingua madre, figuriamoci la lingua delle immagini.
Il problema è che in questa maniera, con questi mezzi, è facilissimo produrre immagini, che potevamo risparmiarci volentieri: affollati di immagini tanto carine da divorare con la velocità con cui si divora una patatina fritta.
Arriva però in fretta il momento della saturazione: il momento in cui vuoi cambiare sapore e le "patatite fritte" danno nausea. Inoltre una patatina vale l'altra, no? O voi riuscite a distinguere il sapore di ogni singola patatina, quando aprite un pacchetto? Voglio dire, con un paragone culinario, che anche le immagini hanno spesso sapori simili, se non uguali, e ne hanno anche poco. Perché?
Perché se la nostra immagine è più frutto di un software che della nostra visione, è facile che sia identica a quella di un altro, perché il software che ha nel suo computer è il medesimo.
Ogni anno un fotografo ha una scelta crescente di mezzi tecnici (macchine, accessori, software, luci, filtri) sempre più performanti, ma che sono identici per tutti: se io compro una 5Dmk3 questa è identica a quella che possiede un fotografo in Giappone e potenzialmente può produrre le stesse immagini, con gli stessi colori e la stessa grana. Idem per i software: se la mia postproduzione è banalmente spostare qualche cursore al massimo o semplicemente finché raggiungo un risultato piacevole, questo lo può fare chiunque altro in qualunque altra parte del globo. Inoltre con una tale disponibilità gli autori sono meno stimolati a sorpassare i limiti (propri e del mezzo) perché sono gli stessi produttori che li oltrepassano per noi; tra qualche anno Canon produrrà una macchina che mette a fuoco per noi, ma sceglie anche i soggetti secondo un database di Facebook e può scattare in automatico anche mentre dormiamo, lasciandoci il tempo libero per vegetare.
Aberrante? Ma no, è il futuro, poveraccio chi non gli sta dietro.
Ecco perché quando sulla piazza arriva un nuovo strumento c'è il boom delle foto fatte o trattate con quello, un fuoco di paglia che in qualche mese stanca. Così c'è sempre un "primo al mondo" a fare foto in quel modo e gli si fa una mostra (il primo ad usare uno smartphone, il primo ad usare un iPad, che stronzata! E così via) e poi le riviste si copiano a vicenda credendo di essere trendy.
A proposito di postproduzione che ha stancato: avete presente Wired? Ecco quello è il tipico di post che intendo: fill light a manetta, clarity usata senza senno ed ecco tutte le immagini impastate uguali, con un'impronta discutibile ed omogeneizzata (in disaccordo con il taglio che vuole darsi la rivista).
Perché per dare più sapore al piatto non basta aggiungere sale. Meglio imparare a cucinare bene.