C'è una canzone di Frankie Hi-nrg, intitolata "Gli accontentabili" che mette in rima la mediocrità e l'omogeneizzazione della gente e ad un certo punto dice:
"compra qualunque cosa le propongano
basta che contenga almeno un ingrediente esotico
sotto forma di un aroma chimico
di un nome che richiami il tropico o di un viaggio caraibico
sorteggiato tra chi supererà la prova d'acquisto"
Cito Frankie perché oggi sono incappato in questa immagine sul web:
E' un'installazione presente all' Art Miami, in corso in questi giorni; l'ho salvata da una gallery di Repubblica.it che come sapete, non riporta mai gli autori o i siti da cui fotte le immagini, perciò non sono riuscito a risalire alla provenienza della foto né all'autore dell'installazione.
L'immagine ripropone un tema molto delicato per la fotografia, un tema che rivela almeno due piani di lettura:
il primo è di tipo quasi etico, ovvero è la questione dello sfruttamento dell'immagine altrui a fini commerciali propri. Pratica diffusa un pò ovunque, ma più facile da attuare quando i personaggi e le situazioni riprese restano a migliaia di chilometri da noi, senza alcuna possibilità di rivendicare un diritto o un compenso. Con tutte le storture che ne derivano, ad esempio i business tra turisti e personaggi considerati "pittoreschi" che appunto si vendono per una foto ricordo (chi è stato in Africa o in Asia sa di cosa parlo).
Il secondo aspetto è sul contenuto delle immagini: una fotografia con un soggetto esotico, solo per quello, ha sempre successo, anche se il contributo del fotografo come Autore è poverissimo. Provate a prendere molte foto dal web di templi indonesiani, sadhu in meditazione, bambini africani che giocano per strada (ho scelto non a caso delle icone o forse meglio dire degli stereotipi). Ora provate a trasporle nel nostro ambiente: il tempio diventa la chiesa di S. Maria Aiuto dei Cristiani di via Matteotti, il sadhu diventa un tizio qualunque seduto in un autobus stipato e i ragazzini diventano un gruppetto di zarri a spasso in via Torino mentre bigiano.
Che bomba, belle immagini eh?
Ora, in tutte e tre le situazioni di cui sopra si potrebbe trovare un quid da fotografare e raccontare, ma quel quid lo scova e ce lo mette proprio l'occhio del vero fotografo. Altrimenti ciò che resta è semplicemente fare click di fronte a qualcosa di strano, di colorato, di bizzarro.
Strano? Bizzarro? Allora abbiamo percorso migliaia di chilometri per fotografare freaks? Pensiamo che il sadhu sia un freak? Collezioniamo le figurine strane?
Per non cadere in questo qualunquismo dobbiamo avere qualcosa da dire di più nelle nostre immagini. Dobbiamo avere una visione più approfondita di ciò che fotografiamo. Non basta prendere un aereo, raggiungere un luogo esotico e fare click, per guadagnare lo stupore (forse anche un pò di invidia) degli amici.
La prima volta a cui sono arrivato a queste conclusioni è stato proprio durante un viaggio in India: ho trascorso lì quasi un mese un pò per lavoro e un pò per piacere. Ora immaginate di sbarcare in un mondo completamente alieno, in cui tutte le dinamiche sono diverse e voi siete mosche bianche. Cosa diavolo pretendi di fotografare appena arrivato? O tutto o niente ovviamente. O fai il turista giapponese o tieni la macchina in borsa e inizi a girare il posto, a conoscerlo e ad entrarci in sintonia, che forse è la scelta più intelligente.
A questo proposito mi viene in mente un discorso che faceva il maestro Kenro Izu: lui quando arriva in un luogo che vuole fotografare ha bisogno di un tempo per equilibrare la sua "aria" con quella del posto.
Come se l'aria nei suoi polmoni e nel sangue avesse una densità diversa da quella del posto. Solo quando ha raggiunto questo equilibrio può pensare di iniziare a scattare.
Con espressioni meno poetiche e più concrete anche Giorgio Palmera e Gino Bianchi raccontando del loro lavoro in Argentina (Memoria) dicevano di aver passato il primo mese senza fare una foto, ma solo entrando in contatto con le persone e le realtà da raccontare nel libro.
Tornando al discorso dell'ingrediente esotico: quando non conosci davvero il mondo alieno, esotico (scegliete voi gli aggettivi più consoni) le uniche foto che puoi fare sono cartoline, banali e scontate, simili a quelle di mille altri turisti, collezionisti di feticci fotografici. Tutti le facciamo e le faremo ancora, in fondo perché dovremmo rinunciare al ricordo per immagini di un viaggio? Avendo però questa consapevolezza, anche le nostre foto ricordo, seppur leggere e banali, saranno fatte in un modo diverso, in un modo che non ha nulla a che fare con l'accanito voyeurismo del turismo di pecore.
"compra qualunque cosa le propongano
basta che contenga almeno un ingrediente esotico
sotto forma di un aroma chimico
di un nome che richiami il tropico o di un viaggio caraibico
sorteggiato tra chi supererà la prova d'acquisto"
Cito Frankie perché oggi sono incappato in questa immagine sul web:
E' un'installazione presente all' Art Miami, in corso in questi giorni; l'ho salvata da una gallery di Repubblica.it che come sapete, non riporta mai gli autori o i siti da cui fotte le immagini, perciò non sono riuscito a risalire alla provenienza della foto né all'autore dell'installazione.
L'immagine ripropone un tema molto delicato per la fotografia, un tema che rivela almeno due piani di lettura:
il primo è di tipo quasi etico, ovvero è la questione dello sfruttamento dell'immagine altrui a fini commerciali propri. Pratica diffusa un pò ovunque, ma più facile da attuare quando i personaggi e le situazioni riprese restano a migliaia di chilometri da noi, senza alcuna possibilità di rivendicare un diritto o un compenso. Con tutte le storture che ne derivano, ad esempio i business tra turisti e personaggi considerati "pittoreschi" che appunto si vendono per una foto ricordo (chi è stato in Africa o in Asia sa di cosa parlo).
Il secondo aspetto è sul contenuto delle immagini: una fotografia con un soggetto esotico, solo per quello, ha sempre successo, anche se il contributo del fotografo come Autore è poverissimo. Provate a prendere molte foto dal web di templi indonesiani, sadhu in meditazione, bambini africani che giocano per strada (ho scelto non a caso delle icone o forse meglio dire degli stereotipi). Ora provate a trasporle nel nostro ambiente: il tempio diventa la chiesa di S. Maria Aiuto dei Cristiani di via Matteotti, il sadhu diventa un tizio qualunque seduto in un autobus stipato e i ragazzini diventano un gruppetto di zarri a spasso in via Torino mentre bigiano.
Che bomba, belle immagini eh?
Ora, in tutte e tre le situazioni di cui sopra si potrebbe trovare un quid da fotografare e raccontare, ma quel quid lo scova e ce lo mette proprio l'occhio del vero fotografo. Altrimenti ciò che resta è semplicemente fare click di fronte a qualcosa di strano, di colorato, di bizzarro.
Strano? Bizzarro? Allora abbiamo percorso migliaia di chilometri per fotografare freaks? Pensiamo che il sadhu sia un freak? Collezioniamo le figurine strane?
Per non cadere in questo qualunquismo dobbiamo avere qualcosa da dire di più nelle nostre immagini. Dobbiamo avere una visione più approfondita di ciò che fotografiamo. Non basta prendere un aereo, raggiungere un luogo esotico e fare click, per guadagnare lo stupore (forse anche un pò di invidia) degli amici.
La prima volta a cui sono arrivato a queste conclusioni è stato proprio durante un viaggio in India: ho trascorso lì quasi un mese un pò per lavoro e un pò per piacere. Ora immaginate di sbarcare in un mondo completamente alieno, in cui tutte le dinamiche sono diverse e voi siete mosche bianche. Cosa diavolo pretendi di fotografare appena arrivato? O tutto o niente ovviamente. O fai il turista giapponese o tieni la macchina in borsa e inizi a girare il posto, a conoscerlo e ad entrarci in sintonia, che forse è la scelta più intelligente.
A questo proposito mi viene in mente un discorso che faceva il maestro Kenro Izu: lui quando arriva in un luogo che vuole fotografare ha bisogno di un tempo per equilibrare la sua "aria" con quella del posto.
Come se l'aria nei suoi polmoni e nel sangue avesse una densità diversa da quella del posto. Solo quando ha raggiunto questo equilibrio può pensare di iniziare a scattare.
Con espressioni meno poetiche e più concrete anche Giorgio Palmera e Gino Bianchi raccontando del loro lavoro in Argentina (Memoria) dicevano di aver passato il primo mese senza fare una foto, ma solo entrando in contatto con le persone e le realtà da raccontare nel libro.
Tornando al discorso dell'ingrediente esotico: quando non conosci davvero il mondo alieno, esotico (scegliete voi gli aggettivi più consoni) le uniche foto che puoi fare sono cartoline, banali e scontate, simili a quelle di mille altri turisti, collezionisti di feticci fotografici. Tutti le facciamo e le faremo ancora, in fondo perché dovremmo rinunciare al ricordo per immagini di un viaggio? Avendo però questa consapevolezza, anche le nostre foto ricordo, seppur leggere e banali, saranno fatte in un modo diverso, in un modo che non ha nulla a che fare con l'accanito voyeurismo del turismo di pecore.

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